Ecclesia orans

    Periodica de Scientiis Liturgicis




ANNO X


Editoriale      

   Il 4 dicembre 1993 saranno 30 anni dalla promulgazione della costituzione Sacrosanctum Concilium. Le varie riviste di liturgia dedicheranno all’avvenimento articoli per rievocarlo e tirare un bilancio. Il particolare tipo di impostazione che ECCLESIA ORANS si è scelta fin dall’inizio, non la esime dal dedicare a questa occorrenza la sua premura. La ricorrenza non è indifferente e pertanto anche ECCLESIA ORANS la sottolineerà seppure a suo modo.
   La rievocazione di un momento così importante del Concilio Vaticano II, produrrà svariate risonanze. Alcuni vedranno una svolta benefica e senza ombre per la chiesa. Altri preferiranno vedervi una specie di aberrazione collettiva della maggioranza dei padri conciliari e una sorta di tradimento, causa determinante di tutte le difficoltà in cui si dibatte attualmente la chiesa. Lasciamoli rispettosamente ai loro pianti e osserviamoli mentre degustano con gioia segreta la lista vendicativa degli abusi, i soli frutti, ai loro occhi, di quella malaugurata promulgazione. D’altra parte non accetteranno mai di venir confortati, preferendo di rimanere scontrosamente sulle proprie, a costo di venire rifiutati dalla storia e dai fatti, sognando una nuova caccia eroica agli eretici.
   Per parte nostra, crediamo di dovere rendere grazie al Signore e a tutti coloro che hanno contribuito al rinnovamento della liturgia cercando oggettivamente, in tutta coscienza, di mettere al servizio della fede e della vita i successi conseguiti con ricerche storiche e scientifiche che sono andate man mano aumentando dopo i primi passi del movimento liturgico.
   Se si volesse emettere un giudizio sereno su questo rinnovamento, si deve dire, contrariamente ad affermazioni euforiche o ignoranti, che è stato studiato da numerosi competenti e si basa tanto sull’insegnamento dogmatico della chiesa quanto su indagini serie delle sue tradizioni liturgiche. Non si potrebbe dire altrettanto dei tentativi anteriori, nemmeno di quelli del Concilio di Trento. Non che si debba accusarli di partigianeria o ignoranza: sarebbe una prospettiva antistorica e irrispettosa. I responsabili dell’epoca non avevano a loro disposizione le molteplici edizioni di testi antichi, né quegli strumenti di lavoro, che oggi sono a portata di mano di qualunque studente. Si passerebbero, inoltre, sotto silenzio le tragiche circostanze che la chiesa attraversava in quel periodo. Ciò che è stato fatto, è stato fatto bene, secondo le possibilità e le necessità del momento. Tuttavia se bisogna ammettere, senza orgoglio, la qualità superiore degli studi che hanno fatto approdare al rinnovamento attuale, ciò è dovuto, in gran parte, a una lunga serie di scoperte e di studi scientifici. Non ha alcuna utilità dare qui esempi, che qualsiasi studente all’inizio dei suoi studi potrebbe proporre.
   Il bilancio da noi ritenuto positivo nel suo insieme, non rivela alcuna pecca? Affermarlo rivelerebbe un atteggiamento fazioso, poco serio e non costruttivo come quello unilaterale di condanna. La canonizzazione di tutto ciò è stato fatto, renderebbe un pessimo servizio alla chiesa e rischierebbe di aprire la via a una nuova sclerosi della liturgia. Come se fosse un obbligo lodare ad ogni costo quello che è stato fatto ed adoperarsi per evitare di vedere anche il minimo difetto ed opporsi al minimo ritocco, o meglio ancora alla minima ricostruzione di questo o quell’edificio la cui architettura potrebbe essere meno perfetta. Più grave ancora sarebbe un atteggiamento che, per principio, cercasse di bloccare tutto relativizzando il bisogno molto sentito di adattamento della liturgia, appena che voglia sottrarsi al cerimonialismo statico e formale per congiungersi alla vita.
   Non è il caso di addentrarsi in dettagli, ma, da parte nostra, è grandissimo il rispetto per coloro che hanno lavorato per il rinnovamento consentendo con loro, pur con qualche minima riserva. Come il 10 su 10 ricevuto da uno studente di qualità, non significa che egli, proprio perché di qualità, non sia conscio dei difetti del suo lavoro.
   L’Ordo Missae non presenta problemi? Il lezionario è inappuntabile? Le due epiclesi corrispondono a ciò che dovrebbero essere? Le orazioni sono tutte di uguale valore? La semplice traduzione dell’eucologia è l’unica via possibile, o non ci si può chiedere se non sia il caso di esprimere gli stessi pensieri secondo il genio proprio di un popolo che prega? Il sacramento della confermazione è celebrato con un rito omogeneo, senza contraddizioni interne? Non stupisce constatare la dualità tra i suoi Praenotanda e la realizzazione che se ne è fatta nel rituale?
   Mi sembra che sia possibile apportare tanti miglioramenti. Questa non è un’accusa ma una constatazione che il più delle volte consiste nel rendersi conto che non era possibile 25 anni fa realizzare quello che oggi sembra realizzabile, dato un certo progresso nelle mentalità, almeno in alcuni.
   Non si tratta di stilare un elenco delle cose da fare, ma piuttosto di distruggere il mito di un rinnovamento compiuto «una volta per tutte». La tendenza esiste, poiché è una inclinazione connaturata all’uomo quella di adagiarsi e di sottrarsi al disagio della ricerca di un nuovo progresso.
   C’è un’osservazione generale da fare, mi sembra, e che non tocca il rinnovamento stesso, quanto piuttosto il modo con cui è stato avviato. Forse non è troppo tardi per ritornare su ciò che mi permetto di considerare un errore. Questo esame di coscienza può servire perché coloro che sono immersi nella pastorale immediata non cadano nello stesso errore.
   Mi spiego. La riforma è stata presentata brutalmente, senza preparazione, senza una catechesi sufficiente e molto alla svelta. Non che lo studio del rinnovamento sia stato troppo ampio: al contrario, bisognava battere il ferro fin quando era caldo; esitare e andare per lunghe avrebbe potuto dare occasione per ogni tipo di frenatura; spesso, lo si può constatare anche oggi. Ciò che è stato troppo rapido è stata la sua messa in opera, senza aver perlomeno abbozzato un tentativo di modifica delle mentalità. Poiché si possono cambiare in poche ore disposizioni scritte sulla carta, ma per cambiare una mentalità occorrono, spesso, più di 100 anni.
   E ammettiamolo, in tale campo, in molti casi non si e concluso niente o poco. Uno sbaglio da non commettere più: non apportare modifiche senza preparare il terreno dando motivazioni e spiegazioni dettagliate.
   Detto questo, cantiamo la nostra riconoscenza per tutto ciò che è stato realizzato di buono, che è molto, e smettiamo di vedere tutto sotto l’aspetto del pericolo.
   Non c’è un articolo di questa rivista che non voglia dare il suo contributo al sapere e al capire. Essa incita a suo modo e al suo livello, aiutata dalla ricerca dei suoi collaboratori, ad aprire una grande porta al progresso nel rispetto della vera «tradizione» che supera tutte le tradizioni.

ADRIEN NOCENT, osb
Direttore