Ecclesia orans

    Periodica de Scientiis Liturgicis




ANNO XIII


Editoriale      

    La Costituzione sulla liturgia ha sottolineato con particolare interesse ciò che chiama ancora «Arte sacra» sia architetturale, musicale, ecc. e i documenti normativi a questo proposito sono abbastanza numerosi.
    Questi testi normativi sono stati raccolti nel recente volume del prof. Crispino Valenziano, Architetti di chiese, che viene presentato in questo fascicolo di Ecclesia orans. Alcuni di questi testi riportati, in tutto 24, sono molto estesi e scendono in particolari molto precisi e dettagliati. Le direttive espresse hanno avuto un influsso molto discreto più sulla costruzione e l’arredamento di nuove chiese che sulla necessità di apportare correttivi in chiese antiche o rinascimentali.
    Anche se ci limitiamo alla zona di Roma ci sentiamo in dovere di sottolineare che nelle grandi basiliche da trent’anni a questa parte non si è fatto molto per correggere mancanze e difetti dovuti alla mentalità culturale, teologica pastorale dell’epoca in cui sono state costruite.
    Nelle quattro basiliche romane che nell’imminente giubileo del 2000 saranno visitate da circa 40.000.000 di turisti e pellegrini, quali sono gli elementi che fanno constatare l’adeguamento alle esigenze liturgiche messe in rilievo dal Vaticano II? Dalla cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, al momento della sua ristrutturazione è scomparso l’ambone per essere trasferito, una volta fatto a pezzi, nella chiesa di san Cesareo e destinato a diversi usi.
    San Pietro non ha mai avuto un ambone, tutto è centrato sull’altare, non c’è posto per la parola. E questo risponde pienamente alle tendenze teologiche dominanti al momento della sua costruzione. Le letture sono proclamate da un leggio che non è neppure fisso che viene ripiegato e rimosso dopo la proclamazione della parola, non c’è neppure un candelabro per il cero pasquale, segno permanente accanto all’ambone della resurrezione... Per non parlare della cattedra del papa che non si vede neppure.
    Nella basilica di San Paolo, predicator gentium, non si è ancora ristabilito l’ambone dopo l’incendio che ha parzialmente distrutto la chiesa e lo splendido candelabro rimane isolato senza una vera destinazione. Nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme non si trova alcun segno della parola proclamata. Nella basilica di Santa Maria Maggiore si possono osservare le fondamenta dell’ambone che ancora non è stato ricostruito.
    Potremmo così proseguire la nostra indagine che ci porterebbe a conclusioni poco lusinghiere.
    Ci piacerebbe non dover ricordare le tante chiese che da trent’anni utilizzano un altare provvisorio spesso privo di gusto artistico e talora insignificante. Succede anche di non utilizzare, per svariati motivi, quanto già esiste. A tale proposito l’esempio più chiaro che potremmo riferire per Roma è certamente la basilica di San Lorenzo fuori le mura. L’ambone splendido, frequentamente riprodotto in libri d’arte, è inaccessibile, perché utilizzato come deposito per attrezzi che servono per le pulizie della chiesa. Sul candelabro pasquale di elegante fattura, campeggia un spot diretto ad illuminare un crocifisso. Si utilizza un altare provvisorio e accanto un leggio senza nessun valore e questo da ben trent’anni.
    Uscendo da Roma e dall’Italia, un solo esempio. Sono stati molti ad assistere alla trasmissione in TV dei funerali del ex-presidente Mitterand a Notre-Dame di Parigi. La celebrazione liturgica si svolgeva con semplice splendore e si poteva ammirare la recente sistemazione del presbiterio e dell’altare. La processione con l’evangeliario molto significativa era realizzata con sobria grandezza: la parola del Signore che doveva essere proclamata, camminava per rendersi presente ed attuale all’assemblea.
    Ne ero ammirato fino a quando la processione non è giunta a destinazione. Il diacono si ferma e depone l’evangeliario su un pulpito, forse fisso, ma insignificante nel senso etimologico del termine.
    Una brutale ricaduta psicologica: non era un luogo eminente e degno per la proclamazione della parola di Dio e certo non poteva rimanere un segno duraturo di essa.
    Non sto rendendo un buon servizio pur facendo conoscere gravi difetti, se corro il rischio di far credere che insegnando agli architetti la funzione di certi elementi, tutto si potrebbe risolvere. Sarebbe come considerare la conoscenza e l’osservanza delle rubriche come sufficiente per realizzare una celebrazione viva. Il problema è molto più profondo.
    Nell’ultimo fascicolo di Ecclesia orans del 1995, una recensione al volume del professar Eric Palazzo, Les sacramentaires de Fulda: Etude sur l’iconographie et la liturgie à l’époque ottonienne, [Aschendorff, Münster 1994], metteva in rilievo il metodo proposto dal professore. Egli scriveva che non si può giudicare con l’occhio di una critica esatta un’opera d’arte per la liturgia e che non si può capire veramente il contenuto di un sacramentario senza prendere in considerazione la celebrazione stessa per la quale era stato composto. Utilizzando il metodo dell’interdisciplinarietà, l'autore analizza, confronta e «fa parlare» l’uno con l’altro i vari aspetti codicologici, paleografici, iconografici e liturgici dei sacramentari, arrivando così a scoprire molti nuovi aspetti.
    Per l’architettura di chiese si dovrebbe seguire lo stesso metodo. Nasce così l’esigenza fondamentale di dar vita ad una profonda interdisciplinarietà di cui non si potrebbe fare a meno se non a scapito dell’architettura di chiese. Certamente non è sufficiente una giustapposizione di conoscenze architettoniche e liturgiche. Colui dal quale deve nascere il piano di costruzione o di ristrutturazione di una chiesa dovrà essere profondamente e praticamente coinvolto nella realtà della celebrazione e deve «sentire» tutte le sue implicazioni bibliche, storiche, antropologiche, psicologiche. È auspicabile che si realizzi una simbiosi tra colui che prende la responsabilità della costruzione e la realtà divino-umana della celebrazione, la quale non può essere soltanto vista nella sua funzionalità ma in tutte le sue componenti.
    L’istituto liturgico prendendo sempre più coscienza della necessità urgente di una interdisciplinarietà tra architetti e liturgisti ha deciso di aprire una sezione nell’Istituto per realizzare in profondità questa interdisciplinarietà. Non si vogliono proporre ricette ma piuttosto agire su problemi fondamentali. Il programma dovrà tenere conto delle attese degli architetti e sperimentare le materie da affrontare per proporre le linee essenziali di una interdisciplinarietà che oltrepassando la pura funzionalità permette di intravvedere la sua compiutezza.
    Il lettore non si stupisca per il tenore di questo editoriale. Né la rivista né l’istituto liturgico intendono diventare organismi direttamente pastorali, ma sembra legitimo che anche in una rivista come la nostra possa trovar posto un’appertura a prima vista pastoralre e fuori dalla linea programmatica scelta, perché questa apertura attende dalla ricerca scientifica il suo metodo e la sua verifica.

ADRIEN NOCENT, osb
Direttore