Ecclesia orans

    Periodica de Scientiis Liturgicis




ANNO XXIII


Editoriale      

    È molto noto che i riti e le preghiere della liturgia (“per ritus et preces”, Sacrosanctum concilium 48) si radicano nella Tradizione. Questa Tradizione a sua volta nella sua essenza ha le sue radici in Cristo, nelle sue parole e azioni così come ci vengono trasmesse nel Vangelo.
    Per quasi venti secoli, tuttavia, si sono formate molteplici tradizioni liturgiche nelle diverse regioni e culture in cui il messaggio del Vangelo si è diffuso. Ogni tradizione ha preso corpo nel corso degli anni dall’incontro e interazione di tradizioni e culture come concrezione storica della fede cristiana. Inevitabilmente le tradizioni liturgiche erano e sono influenzate dall’ambiente culturale, politico, economico-sociale contestuale all’azione della chiesa.
    In questa variegata mescolanza di circostanze e di tempo le componenti delle celebrazioni liturgiche di una tradizione spesso arrivano a perdere la loro coerenza e comprensibilità. Questo è avvenuto indiscutibilmente nel rito romano e varie riforme hanno cercato di risanare la situazione creatasi, per esempio il concilio di Trento, i papi Urbano VIII, Benedetto XIV, i trascurati sinodi di Pistoia (1786), Firenze (1787) e Ems (1786), i papi Pio X, Pio XII e il Concilio Vaticano II.
    Il problema in questi casi non era la necessità evidente di riforma ma come risanare la situazione. Quale tradizione può erigersi a modello di semplificazione, chiarificazione, purificazione e ristrutturazione della liturgia? Una resistenza caparbia verso una riforma o un rumoroso incitamento a riformare la riforma è spesso espressione di un disaccordo forte con il modello di riforma prescelto dall’autorità ufficiale della chiesa.
    Nel caso del concilio di Trento, lo stato caotico della liturgia era chiaro ai padri conciliari. Il modello scelto della riforma era la forma medioevale della liturgia franco-germano-romana semplificata e liberata da ogni eccesso. Si ricerca continuità con il passato immediato e uniformità resa possibile con i libri stampati (editiones typicae). D’altra parte c’era una decisa, quanto non detta, rottura con il passato: qualsiasi messale manoscritto del periodo precedente risulta abbastanza differente dato le molte preghiere segrete del sacerdote nell’Ordo missae, i suoi numerosi tratti, sequenze e tropi, con tante variazioni locali nelle rubriche, preghiere, gesti, feste e l’ampia presenza di messe votive.
     Oltre ai nuovi libri liturgici le recenti mostre a Milano in onore di Carlo e di Federico Borromeo mostrano chiaramente come gli interni delle chiese gotiche del periodo precedente venivano radicalmente spogliati del loro carattere medioevale e interamente rifatti negli accessori e nella decorazione per la liturgia e la teologia eucaristica post-tridentina. Gli interni e l’architettura delle nuove chiese costruite dai riformatori cattolici erano completamente diverse da quelle del periodo gotico. La musica ecclesiastica inoltre ha subito un cambiamento fondamentale. Si potrebbe chiedere quanta continuità la liturgia barocca ha realmente avuto con le sue precedenti espressioni medioevali.
    Cosa il concilio di Trento esplicitamente intendeva non trova piena corrispondenza nei libri riformati e anche nelle stesse celebrazioni come pure negli edifici adattati o rinnovati per la liturgia o nei nuovi edifici costruiti appositamente. Sono la prova dell’adattamento del “modello” in accordo con il progetto e la volontà delle persone coinvolte.
    Successive riforme vanno anche più lontano dal modello medioevale. Anche la liturgia riformata post-tridentina era meno che perfetta e ogni tanto richiedeva un miglioramento. La liturgia non era immutabile e intoccabile per le generazioni successive. L’influsso della cultura contemporanea inoltre diventava rilevabile: umanesimo, illuminismo, romanticismo e il progressivo individualismo.
    Gli interessi pastorali sono una caratteristica del lavoro di Pio X sul Breviario, della sua preoccupazione per la musica ecclesiastica e del suo progetto non realizzato di riforma generale della liturgia della chiesa. Lui e i suoi collaboratori hanno avuto un’idea molto chiara della vera situazione della liturgia.
     Il progetto papale di riforma è ripreso da Pio XII ed è realizzata negli anni 50 riguardo ai riti pasquali della Veglia e della Settimana Santa. L’articolo di Carlo Braga nel presente fascicolo ci illustra quegli eventi. In questo caso il modello della riforma era cambiato completamente - non più il periodo tardo-medioe-vale ma i libri liturgici dei primi tempi del rito romano. La «veritas» del tempo delle funzioni religiose diventa la regola e sono introdotte alcune modifiche nella celebrazione del Venerdì Santo. Inoltre vengono rivisti il Ritus servandi e le rubriche del Messale.
     Il Messale detto « di Pio V» ha subito grandi cambiamenti come pure periodiche riforme prima dell’editio typica del 1962. Possiamo realmente dire che rappresenta la liturgia tridentina come tale?
    La commissione sul documento liturgico voluta da Giovanni XXIII per il Vaticano II era in stretta continuità con la commissione precedente di Pio XII. La versione definitiva della Costituzione sulla Liturgia dedica due capitoli alla domanda di riforma del rito romano: 50 e 62.
    Il primo chiede la revisione e la riforma nella celebrazione della Messa e il secondo l’adattamento e la revisione dei riti dei sacramenti e dei sacramentali. Il modello era di tornare « alla primitiva norma dei santi padri» («ad pristinam normam sanctorum patrum», Sacrosanctum concilium 50). Il secondo richiede «l’adattamento ai bisogni del nostro tempo» («ad nostrae aetatis necessitates accomodare», Sacrosanctum concilium 62).
     Mentre non si fa menzione del medio evo o delle precedenti riforme post-tridentine, il termine «santi padri» è nel migliore dei casi ambiguo. Chi sono questi «padri»? Ai padri dell’era patristica ed ai compilatori dei libri liturgici più antichi sembra adattarsi bene il riferimento «alla norma più antica». Forse più discutibile è l’invito ad adattarsi ai tempi perché accetta un valore determinante per la cultura del tempo.
     Anche se il concilio presenta un modello e un principio di adattamento, i libri del post-Vaticano II sembrano più propensi ai bisogni dei tempi che alla tradizione della primitiva testimonianza della liturgia romana. La scelta di testi dai libri neo-gallicani come dimostrano gli esperti sembra non corrispondere al modello proposto. La forma ampiamente modificata dell’anafora della cosiddetta Tradizione apostolica che si è trasformata nella seconda preghiera eucaristica è lontana dal primitivo schema. Le altre nuove preghiere eucaristiche sembrano imitare le tradizioni liturgiche orientali piuttosto che occidentali.
     Sì, i libri liturgici riformati sono meno che perfetti! Il modello degli adattamenti sembra più eclettico che secondo la tradizione. Inoltre sembrano in un certo grado di essere figli dell’illuminismo, per il quale i concetti e la lingua verbale sono gli unici strumenti degni della comunicazione. Le parole chiavi dell’illuminismo erano semplificare, chiarire, sapere, capire. Sono termini a noi noti?
     La liturgia corre così il pericolo di trasformarsi in uno strumento a servizio della ragione. I segni e i simboli, i gesti e tutto il linguaggio simbolico non-verbale subiscono una diminuzione di ruolo nella celebrazione per dare origine a una liturgia che è in gran parte cerebrale e verbale. Ci si meraviglia quindi che alcuni protestano per l’assenza del «mistero» nella liturgia moderna? Alcuni sono andati così lontano in questa eliminazione degli elementi simbolici da mettere da parte i paramenti, l’altare, le candele, la croce, i vasi sacri, persino i libri liturgici ufficiali per una «messa di gruppo» informale con tutti seduti su cuscini intorno ad un piatto di pane e un bicchiere di vino. Il posto della musica inoltre è minimizzato.
     I moderni rituali abbastanza spesso sono visti semplicemente nella prospettiva di testi scritti, così c’è una tendenza ad usare una specie di rasoio liturgico di Ockham per eliminare le ripetizioni o le duplicazioni « inutili » che possono essere così importanti nella comunicazione orale - come è la liturgia! La liturgia attuale che emerge da una cultura razionalista tende all’iperverbalizzazione -tendenza che deve essere contrastata.
     La liturgia sorpassa la nostra capacità razionale e comprende il linguaggio dei sensi e simbolico della poesia, musica, gestualità. Il presente fascicolo riporta considerazioni del ruolo della musica e del canto gregoriano. Inoltre richiama la fondamentale questione della natura della liturgia. Speriamo che sarà di interesse per i nostri lettori.

EPHREM CARR, osb
Direttore