Ecclesia orans

    Periodica de Scientiis Liturgicis




ANNO XXXI


Editoriale     

Dal 6 all’8 maggio 2015 il Pontificio Istituto Liturgico celebrerà a S. Anselmo il suo X Congresso Internazionale di Liturgia dal titolo: “Carmina Laudis: risposta nel tempo all’eterno”. Il Congresso intende affrontare la tematica della Liturgia delle Ore secondo una prospet- tiva teologica, ecclesiale e liturgica, attingendo dalla Tradizione della Chiesa le ricchezze della «preghiera pubblica e comune del popolo di Dio» (PNLO 1) ma allo stesso tempo gettando uno sguardo al futuro, nell’intento di offrire nuove forme celebrative in grado di coinvolgere l’intera Ekklesìa unita a Cristo nell’unica lode all’Eterno.

La nostra rivista sceglie, già da ora, di dare risalto e prepararsi a tale importante evento che vedrà riuniti diversi teologi di fama internazionale, segnalando e rendendo omaggio all’ultima preziosa opera in campo accademico e scientifico dedicata proprio alla Liturgia delle Ore, che ha visto la luce quest’anno. Si tratta del volume del Vicedirettore della nostra rivista, il Prof. Olivier-Marie Sarr, osb, dal titolo “In omni tempore. La Liturgie des Heures et le temps: louange quotidienne et ouverture vers l’éternité”, pubblicato nella Collana Studia anselmiana 161Analecta liturgica 32.

L’opera in questione si presenta quanto mai attuale e nodale nello studio della Liturgia delle Ore, a motivo dello sforzo intrapreso dall’autore nel tessere le trame di un discorso teologico che prende il via dalle fonti bibliche, patristiche e liturgiche, per poi incrociarle insieme cercando di farle specchiare in un contesto antropologico differente da quello in cui le stesse sono nate e si sono sviluppate, offrendo così al teologo una riflessione e prospettive nuove riguardo il rapporto tra preghiera e tempo. Ma, quasi volendo introdurre proprio al Congresso del PIL del 2015 che ci prepariamo sin da ora a celebrare e prendendo a mò di “battistrada” il lavoro di Sarr, mi piace partire dalla copertina (che si può vedere nell’ultima pagina del fascicolo) che è stata scelta quale “involucro” che “contiene” la profonda ricerca e riflessione dell’autore. Come ben sappiamo, la copertina è la sintesi molto diretta, schizzata in pochi tratti, di quanto invece il libro ha la pretesa di esprimere nello scorrere di molte pagine. L’immagine, che riproduce un mosaico del II-III sec. proveniente dalla Villa di Lucilia Pactumeia, i cui resti sono conservati nei sotterranei dell’Abadia benedettina di S. Anselmo, rappresenta il Mito di Orfeo. Questa immagine era già comune alla cultura ebraica. A testimonianza di ciò, i ritrovamenti di mosaici in una sinagoga di Gerusalemme e un altro in una sinagoga di Gaza. Quest’ultimo reca una scritta in ebraico che paragona il musico trace a Davide, suonatore d’arpa e compositore di salmi, giustamente chiamati dagli ebrei Tehillim, ossia “cantici di lode” e dai greci psalmoi, cioè “cantici da eseguire al suono del salterio”. Infine, la figura di Orfeo diventerà comune anche nell’arte cristiana, rilevandone la sua presenza specie nelle pitture delle catacombe, come quelle di S. Callisto e di Domitilla.

La scelta dell’immagine di copertina, chiaramente non casuale, vuole essere un richiamo al contenuto stesso del volume, dal quale emerge come La Liturgie des Heures est louange quotidienne et ouverture vers l’éternité…à travers le temps. La figura di Orfeo, infatti, mitico cantore trace, che con la dolcezza della sua musica sapeva ammansire le fiere, viene utilizzata da diversi autori cristiani e Padri della Chiesa, come Clemente Alessandrino, quale “simbolo” di Cristo che attrae a sé gli uomini con il fascino della divina Parola, conducendoli così alla verità (Protr. 1, 1-10). Questo simbolismo dà ragione della presenza di Orfeo nell’arte cristiana dei primi secoli, e nella copertina del presente volume, essendo la sua immagine quasi sempre raffigurata nelle sem- bianze del buon pastore, rimandando perciò a Cristo, Pastore grande delle pecore che con la sua Parola affascina e addolcisce anche i cuori più restii, riconciliando in se tutto il creato. Per questo il Padre del monachesimo occidentale, nel Prologo alla sua Regola, quasi richiamando la proskynesis degli arbusti del mito orfico, raccomanderà: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro, e piega l’orecchio del tuo cuore», dove il solo ed unico Maestro è Cristo stesso, a cui il discepolo è chiamato a tendere l’“orecchio del cuore” nell’ascolto della sua Parola (cf. Regola di San Benedetto, Prologo).

La Liturgia delle Ore, che scandisce il suo canto nella melodia dello scorrere del tempo, diventa lo “strumento musicale” che ci sveglia dal torpore della quotidianità e ci apre ad un “giorno nuovo”; è la “lira divina” le cui corde della Parola Dio stesso, per l’incarnazione del musico divino che è Cristo, pizzica e trasforma in note dello Spirito che seducono e attraggono tutto il creato e tutta l’umanità, da ogni punto cardinale, per lodare e benedire Dio (cf. Dn 3, 57.74.79-82).

Liturgia delle Ore che, unendo il popolo di Dio alla preghiera di intercessione del Figlio, diventa strumento di pacificazione tra Dio e il suo popolo: «Venendo per rendere gli uomini partecipi della vita di Dio, il Verbo, che procede dal Padre come splendore della sua gloria, “il Sommo Sacerdote della nuova ed eterna alleanza, Cristo Gesù, prendendo la natura umana, introdusse in questa terra d’esilio quell’inno che viene cantato da tutta l’eternità nelle sedi celesti”. Da allora, nel cuore di Cristo, la lode di Dio risuona con parole umane di adorazione, propiziazione e intercessione. Tutte queste preghiere, il Capo della nuova umanità e Mediatore tra Dio e gli uomini, le presenta al Padre a nome e per il bene di tutti» (Principi e norme per la Liturgia delle Ore, n. 3). Una preghiera, dunque, che trova la sua origine e il proprio esistere nell’incarnazione del Verbo che entra nel “tempo dell’uomo” e lo santifica, facendolo diventare luogo della presenza di Dio. Un tempo che, a detta del Prof. Sarr, «non si può definire, ma si rivela». Sarr stesso, infatti, superando l’affermazione di Lambiasi: «Il tempo è di Cristo» riportata nel contributo Tempo dell’uomo e tempo di Dio, sembra andare oltre con un’affermazione molto forte, chiara e netta: «Il tempo è Cristo stesso!», richiamando idealmente la notte pasquale nella quale la Chiesa tutta acclama a Cristo, «Principio e fine, alfa e omega».

Il volume In omni tempore manifesta un ulteriore merito nel far entrare in dialogo e in rapporto, con una precisione e una capacità più che benedettina, direi “certosina”, le fonti con l’antropologia, cucendone i legami e le complicità, a dire che non può esistere liturgia, e in questo caso non può esistere preghiera (e preghiera della Chiesa), se non in rapporto alla vita dell’uomo e alla sua profonda esistenza. A partire, perciò dall’evento che contraddistingue l’esperienza di fede del cristiano, ossia l’incarnazione, necessariamente anche per la liturgia dobbiamo parlare di “incarnazione”, come ci ha suggerito il Concilio Vaticano II e la Sacrosanctum concilium a partire dal suo primo numero, dove l’uomo è posto al centro della liturgia quale soggetto che “fa liturgia” e per il quale la liturgia stessa “è stata pensata”. G. Guiver farà notare che «l’azione umana è un elemento essenziale della liturgia e perciò della preghiera in generale; la dimensione corporale, fisica, e quindi rituale, è stata sottovalutata nel recente passato, specialmente rispetto alla Liturgia delle Ore, ed esiste il bisogno di restaurare il giusto equilibrio» (G. Guiver, «“Non riesco a pregare”. La risposta della tradizione celebrativa della Liturgia delle Ore a un problema moderno», 188).

Ecco, allora, che Sarr, volendo rilevare questo rapporto tra l’uomo e la preghiera fatta nel tempo, sottolinea come, specie a partire dall’evento conciliare del Vaticano II, diverse comunità abbiano creato forme e modalità differenti di celebrazione della Liturgia delle Ore: Oficio Divino das Comunidades in Brasile, Taizé, S. Egidio, sino a prendere in considerazione anche fattori quali la “geoliturgiahorarum” e la “cyber-teologia” (come si esprimono alcuni studiosi), trattando delle diverse applicazioni che permettono di celebrare la Liturgia delle Ore “comodamente” dai propri mezzi informatici, rischiando però di mettere in crisi il carattere proprio della Liturgia delle Ore, più volte richiamato invece dall’Autore, che è «preghiera pubblica e comune del popolo di Dio» (Principi e norme per la Liturgia delle Ore, n. 1).

Altro elemento fondamentale espresso dal volume di Sarr, a quasi 50 anni dalla promulgazione del Decreto conciliare Nostra aetate che richiama il rapporto fondamentale tra ebraismo e cristianesimo anche nelle loro espressioni oranti e che avremo modo di commemorare proprio in seno al Congresso del PIL attraverso la testimonianza di rappresentanti di altre religioni, è appunto l’attenzione al rapporto tra Liturgia delle Ore e tempo a partire dalle fonti ebraiche, per poi percorrere i sentieri dei Padri, delle fonti liturgiche e magisteriali e giungere all’oggi. Ne emerge una Liturgia delle Ore che non può prescindere da un rapporto con un elemento che le è proprio, ossia il tempo, e la convinzione secondo la quale essa è preghiera della Chiesa, non in senso “astratto”, ma in senso “stretto”: della Chiesa universale che si incarna nelle Chiese locali. Emerge, perciò, come la Liturgia delle Ore non sia una preghiera “data”, nel senso di “creata a tavolino”, ma una preghiera che nasce e dovrebbe nascere dalle Chiese locali, anche nella sua struttura. Per questo l’Autore offre anche una “metodologia” per arrivare a definire una strutturazione della Liturgia delle Ore in queste Chiese. A tal proposito, il volume In omni tempore mostra molto chiaramente, e basandosi su diverse fonti, che non solo non esiste Liturgia delle Ore senza una comunità che ora, ma non esiste preghiera della Chiesa senza una comunità che labora, nel senso dell’urgia, dell’agire liturgico, o meglio, a favore della liturgia; non basta, perciò, una comunità orante, ma occorre una comunità che “crei” anche la sua forma di preghiera, se vuol celebrare la “Liturgia” delle Ore nel suo vero senso, ossia come “azione del popolo”. Essa, infatti, rispetto a quasi tutto il resto dei riti o delle azioni sacramentali, ha a che fare in maniera importante con l’uomo in rapporto ad una realtà che le è propria: il tempo appunto!

Concludendo, siamo certi che quest’opera possa contribuire ad offrire spunti di riflessione in vista del nostro Congresso del 2015, offrendo il suo importante apporto nel chiarire la relazione tra preghiera del popolo di Dio e tempo e aprendo nuovi spazi di studio e approfondimento per la ricerca di nuove forme che possano incarnare lo spirito e la lettera della Liturgia delle Ore, di modo che il popolo di Dio, dalle Chiese di tutto l’Orbe, possa continuare ad elevare al cielo la sua lode in omni tempore sino a che, fatti partecipi delle voci angeliche, rivolga a Dio il suo canto in eternum!

PIETRO ANGELO MURONI
Direttore